dal 17 settembre 2026 al 8 ottobre 2026
INAUGURAZIONE giovedì 17 settembre 2026 , ore 18
Orari: martedì-sabato 10.30-12.45 | 15.30-19.30
Dal 17 settembre all'8 ottobre 2026, la Galleria d’Arte Roccatre di Torino ospita nello spazio di fronte Il Sipario, la mostra personale dell'artista Michel Gribinski, accompagnata da un testo critico di Francesco Poli.
L’esposizione raccoglie dodici tele di formato quadrato sul tema del sipario, caratterizzate da un’atmosfera intimista e sospesa che si ispirano all’omonimo saggio di Milan Kundera, in un gioco sottile tra risonanze intime e accordi tonali.
Al centro della ricerca di Gribinski vi è una griglia visiva scandita da bande verticali modulate su raffinati accordi tonali. La pittura si muove sul sottile confine tra la dimensione astratta, accenni a paesaggi onirici e repentine apparizioni figurative.
Come evidenzia Francesco Poli nel testo critico della mostra:
«Michel Gribinski [...] fa un riferimento al saggio di Milan Kundera, "Il Sipario", trasferendo nel campo specifico della pittura l’intenzione dello scrittore di “deteatralizzare” e “dedrammatizzare” la narrazione per riuscire a cogliere l’inimitabile singolarità di un evento intimo. Il pittore ci dice: si può provare a dipingere un singolare evento senza sapere se la sua valenza intima sta dietro o davanti al sipario della rappresentazione, e decidere che forse è nel sipario stesso che si nasconde l’incanto ambiguo della visione pittorica».
In questa serie, i sipari smettono di essere un semplice elemento di divisione e diventano i veri protagonisti. In alcune opere – come l'emblematico dipinto d'apertura intitolato proprio Il sipario – le bande si presentano come un tendaggio dalle attutite tonalità cromatiche striate (giallo spento, grigio-verde, grigio-azzurro, rosa) che si muove impercettibilmente, svelando in basso a destra un sottile spiraglio nero verso lo spazio interno del palcoscenico. In altre tele la geometria verticale si chiude in rigorose composizioni vicine al minimalismo (Un giorno alla volta, Scenario in rosso), oppure si apre parzialmente lasciando intravedere visioni oniriche, citazioni colte (Alla sera si dà Gauguin) o profili femminili in fuga (La bagnante al teatro, La spettatrice sorpresa).
Una suite visiva silenziosa, colta e variegata, capace di esplorare i limiti del linguaggio pittorico giocando sul rischioso e fluttuante confine della rêverie esistenziale
Testo Critico di Francesco Poli
Dodici tele di formato quadrato, scandite da bande verticali modulate su accordi tonali di raffinata e meditata sensibilità, in una intimistica atmosfera pittorica enigmaticamente sospesa tra dimensione astratta, parziali visioni di vaghi paesaggi onirici, e l’apparizione, in due casi, della silhouette di un nudo femminile che si staglia in primo piano e poi scappa in fondo tra ondulate colline come per nascondersi nel retroscena. Ognuno di questi quadri ha una sua autonoma identità, ma allo stesso tempo può essere visto come un elemento di una silenziosa e variegata suite visiva: una esplorazione in toni sincopati delle possibilità e dei limiti del linguaggio specificamente pittorico, dello scarto fra il “teatro” della rappresentazione illusoria, mimetica o immaginifica, e la sua realtà inesorabilmente bidimensionale. Michel Gribinski (che anche nei cataloghi delle mostre precedenti, ha sempre accompagnato le immagini dei suoi lavori con testi di autori da lui amati come CLaude Lévi-Strauss, Italo Calvino, Jean Tardieu), in questa occasione fa un riferimento al saggio di Milan Kundera, Il Sipario, trasferendo (a proprio uso) nel campo specifico della pittura, l’intenzione dello scrittore di “deteatralizzare” e “dedrammatizzare” la narrazione per riuscire a cogliere l’inimitabile singolarità di un evento intimo. Il pittore ci dice: si può provare a dipingere un singolare evento senza sapere se la sua valenza intima sta dietro o davanti al sipario della rappresentazione, e decidere che forse è nel sipario stesso che si nasconde l’incanto ambiguo della visione pittorica.
Ed è così che i sipari diventano protagonisti, ma in un modo piuttosto originale.
In certi quadri li vediamo (per così dire) completamente chiusi, tanto che ci appaiono per molti versi come delle rigorose composizioni geometriche con stesure piatte più o meno larghe, intervallate da strette strisce lineari, con caratteristiche non lontane dalla pittura minimalista anche se con un ben diverso registro cromatico. È il caso per esempio di Un giorno alla volta e Scenario in rosso, dove però guardando bene ci si accorge anche che l’apparente fredda geometria verticale viene in certa misura destabilizzata dall’appena percettibile obliquità di alcune linee, e dalle leggere irregolarità (manuali) nella definizione pittorica delle partiture.
Nelle altre tele le sequenze geometriche verticali diventano in modo più evidente elementi di un sipario che si apre parzialmente lasciando vedere o intravvedere qualcosa che sta dietro, o che funziona da sfondo per figure in primo piano.
Il dipinto più “misterioso” e intrigante, a mio avviso, è proprio quello iniziale che si intitola Il sipario, dove non si vede ancora niente, ma che lascia immaginare tutto. Qui le bande poco geometriche sono dipinte con una sottile armonia di attutite tonalità cromatiche striate che vanno dal giallo spento al grigio-verde, dal grigio-azzurro al rosa. Sembrano quasi un tendaggio che si muove impercettibilmente: in basso verso destra un sottile dettaglio nero ci da l’illusione di uno spiraglio che si apre verso lo spazio interno dell’ipotetico palcoscenico.
In La bagnante al teatro, il sipario nero con sottili linee bianche è quasi del tutto ritirato a sinistra, per mostrare il paesaggio con il nudo che scappa. In La collina il sipario, che assomiglia a una staccionata di assi, occupa tre quarti della superficie attirando l’attenzione su un suggestivo scorcio poco riconoscibile di natura. Alla sera si dà Gauguin è un omaggio abbastanza esplicito all’immaginifico colorismo esotico che emerge tra le aperture variate della sequenza di barre verticali. In altri dipinti gli inserti pittorici che entrano in scena sono più liberamente astratti con evocative valenze materiche, segniche e decorative, con qualche eco simbolista. E infine compare anche in un piccolo dipinto, davanti a un grigio fondale striato, solo il volto di una donna dipinto con singolare ambivalenza espressiva: un occhio ci guarda in modo apparentemente tranquillo e l’altro, dilatato nell’ombra, ha qualcosa di inquietante, forse specchio di fantasmi interni. Il titolo è La spettatrice sorpresa: qui Gribinski sembra invitarci a riflettere sulla sfuggente complessità della sua colta pittura “di superficie” che gioca sul rischioso fluttuante confine della rêverie esistenziale.